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Caravaggio Bacon
costituisce una proposta inedita, che affianca per la prima volta i due
artisti.
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Il
loro accostamento non muove da un’ipotesi storico-critica di
filiazione, non presuppone un esercizio filologico che derivi
l’ispirazione di Bacon da Caravaggio o suggerisca la ricezione
formale, nelle tormentate figure del primo, del realismo drammatico del
secondo.
Questa
non è una mostra sulla storia dell’arte, ma l’invito
a compiere un’esperienza estetica.
Bacon
conosceva e amava i maestri del passato. Fu ossessionato dal Ritratto
di papa Innocenzo X di Velàzquez, eccitato dai disegni di
Michelangelo, nei suoi dipinti lacerti di Degas o Ingres sono tracce di
un processo metabolico subconscio, irrazionale. Osservatore geniale,
l’arte del passato non influisce necessariamente e direttamente
sulla sua pittura, si insinua piuttosto nella sua coscienza critica,
nella sua personalità. Si è ipotizzato che il Narciso
conservato presso la Galleria di Palazzo Barberini di Roma, da molti
ritenuto autografo caravaggesco, abbia fornito la traccia mnemonica per
il trittico Studies of the Human Body (1970) di Bacon.
Tuttavia il Narciso non è qui, perché l’asse
concettuale della mostra non corre lungo il rettilineo delle influenze
dimostrabili o dei riscontri figurativi.
Lionello
Venturi, in un saggio del 1925 su Caravaggio, affermava che “il
solo modo per comprendere l’arte antica è quello di farla
partecipare alla vita artistica nostra”.
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Accogliere
Bacon e Caravaggio fianco a fianco significa costruire un tessuto di
potenziali rimandi estetici, di relative suggestioni, significa
allestire uno spettacolo espositivo profondamente vitale, che
può sfuggire al controllo della scienza storico-artistica e
avviarsi lungo percorsi imprevedibili e sorprendenti, attivarsi
diversamente davanti a ciascuno spettatore. Dall’intrecciarsi
delle due poetiche emergono straordinarie vicinanze. Il realismo di
Caravaggio, il suo sforzo di afferrare il vero dell’uomo e della
natura traducendolo in pura visibilità, equivale allo sforzo che
Bacon compie di carpire il reale, la sua crudezza metafisica. Le
strutture spaziali dei dipinti caravaggeschi, quel sistema di
concentrazione del dramma, ancora, lascia intuire quanto Bacon riversi,
nei suoi quadri, lo spazio della historia classica, che è campo
dell’azione tragica. E’ forse questo il più intimo
aggancio fra i due altissimi pittori, la tragedia dell’esistere
come tragedia universale, come destino dell’umanità. A
distanza di quattro secoli si sono immersi nello stesso dolore
dell’essere uomini, raccogliendo la sfida estrema di tradurlo in
pittura e indirizzandovi sguardi intensi, infinitamente pietosi come
quello del David caravaggesco sulla testa di Golia, raccapricciati e
storditi come quello di Bacon che osserva la vita colare fuori dal suo
George Dyer nel Triptych – August 1972.
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