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Caravaggio - Conversione
di san Paolo
Si
tratta della versione definitiva della
Conversione di san Paolo, realizzata
dal Caravaggio per la Cappella Cerasi
in Santa Maria del Popolo assieme al
suo pendant raffigurante la Crocefissione
di san Pietro. L'episodio della caduta
e della conversione del giudeo Saulo
(ovvero il futuro san Paolo), persecutore
dei cristiani, folgorato lungo la via
di Damasco, viene narrato negli Atti
degli Apostoli. Caravaggio sceglie di
rappresentare la scena ritraendo il
momento immediatamente successivo all’apice
dell’azione: il protagonista è
a terra, svenuto, a braccia aperte e
occhi chiusi, in uno stato di sospensione
dopo il compimento del dramma, mentre
lo stalliere ammansisce il cavallo che,
audacemente ritratto dal retro, domina
la composizione.
L'attenzione
del pittore si focalizza su problematiche
di tipo compositivo, cromatico e luministico.
Essendo destinata a decorare una delle
pareti laterali della cappella, la Conversione
di san Paolo è concepita per
essere osservata secondo una prospettiva
ravvicinata ed una veduta obliqua, per
la quale l'artista ha studiato un insolito
schema compositivo, pervenendo ad una
inedita resa illusionistica dello spazio,
mentre la luce, proveniente da una fonte
invisibile, scende dall'alto assumendo
un'evidente valenza simbolica: è
la Grazia divina che discende sul peccatore.
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Caravaggio -
Resurrezione di Lazzaro
Proveniente
dalla chiesa messinese dei Padri Crociferi, la grande pala
d’altare è tra le prove ultime di un Caravaggio estenuato.
Nel 1606 era stato condannato alla pena capitale per l’omicidio
di Ranuccio Tomassoni e aveva trascorso gli anni seguenti in una
dolorosa e irrequieta latitanza.
L’azione muove da un fondo scuro e drammatico, il dipinto si
anima, nelle parole di Roberto Longhi, col gesto di Lazzaro, che
stirandosi nell’emergere dal sonno eterno attraversa col braccio
destro l’oscurità, fino ad attingere, con la punta delle
dita, la luce. |
Francis Bacon
- Trittico Agosto 1972
Sdraiarsi
non e' mai la fine, l'ultima parola, e' la penultima, e si rischia di
essere abbastanza riposati, se non per rialzarsi, almeno per girarsi e
strisciare. Seduti e' la posizione piu' orribile per aspettare la
morte, senza potersi alzare ne' distendere, a spiare il colpo che ci
stendera' per sempre. Seduti, non si smuove piu' neanche un ricordo. Il
seduto e' il testimone, intorno a cui l'altro gira spiegando tutti i
gradi della stanchezza. Quest'analisi commovente di Deleuze
descrive l'ultima produzione beckettiana ma sembra scritta pensando a
come Bacon racconta la morte di George Dyer, morto seduto sul water di
un albergo di Parigi per overdose di sonniferi e alcool.
Nell'architettura
ordinata del trittico in mostra due figure sedute, passive ma solide,
con degli umori organici che colano dai corpi, si affrontano nei due
pannelli laterali; nel pannello centrale emergono dal buio di una
soglia due corpi avvinghiati dai quali fuoriesce una macchia piu'
chiara, come pelle liquida. Forse si tratta di quell'emanazione della
personalita' che Bacon ha sempre cercato di convertire in energia
dipinta.
La
rappresentazione della fine tragica dell'amante divenne un doloroso
percorso d'espiazione segnato dal trittico come scelta narrativa che,
creando un contatto fra le immagini, permette di restituire
l'ossessione visiva della serie tentando di equilibrare classicamente
la messinscena della disperazione. |
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Francis Bacon
- Trittico ispirato dall'Orestea di Eschilo
Nelle
tragedie di Eschilo Bacon riconosce, in età matura, un’eco
ossessiva delle forze elementari che governano le sorti umane.
Addolorato dalla perdita del suo compagno George Dyer, morto suicida
nel 1971, egli compone un epicedio, una lirica in morte, che distilla
senso di colpa e bisogno di espiazione in ampie fasce di colore nero e
cremisi abitate da creature deformi e da una coppa di sangue
sacrificale. Il mito greco è lo sconfinato bacino al quale
contraddittoriamente attinge, da ateo, l’allegoria sacra.
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Francis Bacon
- Figura sdraiata
Bacon
amava gli ossimori e affermava di voler
esprimere con la sua pittura un'esilarante
disperazione. In questo dipinto, vivacemente
drammatico, mette in scena una crocefissione
contemporanea: la modella e amica Henrietta
Moraes, a quel tempo tossicomane, è
bloccata a un sofà per mezzo
di una siringa ipodermica e tutto il
corpo appare attraversato da convulsioni
spasmodiche, violentemente illuminato
tra le gambe dalla fluorescenza della
lampadina.
Secondo
Michel Leiris la siringa attualizza e disturba un nudo che altrimenti
risulterebbe mitologico come una Venere dei pittori classici o una
bagnante di Picasso.
Il punto
di partenza per questa venere in overdose sono degli scatti erotici
realizzati da John Deakin, ma Bacon riorganizza la cornice, ripropone
gli interni circolari della casa dei nonni a Farmleigh che da bambino
lo avevano impressionato, crea il variopinto isolamento domestico e
tortura le giunture della giovane donna. Proclamava a Sylvester: Io
voglio deformare la cosa al di là dell’apparenza, ma allo
stesso tempo voglio che la deformazione registri l’apparenza. Ma
la gente semplice pensa che se li deformi, li offendi. Ma chi è
capace al giorno d’oggi di registrare un qualsiasi aspetto della
realtà, senza oltraggiarla?
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