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Caravaggio
- Autoritratto come Bacco Il
dipinto, insieme con il Giovane con canestro di
frutta, è pervenuto nella collezione Borghese
attraverso il sequestro delle opere del Cavalier
d’Arpino, ordinato dal pontefice Paolo V,
zio del cardinale Scipione. Presso la bottega del
più celebre artista del tempo il giovane
Caravaggio, appena giunto a Roma dalla Lombardia,
lavorava in qualità di pittore di “fiori
e frutti”. Dal
fondo bruno emerge la salda struttura del giovane
dal pallore livido, costruita con tecnica sapiente
senza ricorrere alle linee di contorno; la forza
plastica del volto e delle membra è resa
con passaggi chiaroscurali ottenuti per sovrapposizione
di velature trasparenti, secondo la procedura caratteristica
delle opere giovanili dell’artista. L’enigmatica
figura atteggiata in veste di Bacco siede dietro
una lastra di pietra su cui sono appoggiate uva
nera e pesche, prospetto geometrico che conferisce
profondità allo spazio altrimenti solo intuibile
nel fondo bruno della tela. Il taglio leggermente
obliquo della pietra, lieve distorsione rispetto
alla centralità prospettica di tipo rinascimentale,
contribuisce a rafforzare la percezione del “vero”,
portato all’evidenza dall’irradiazione
luminosa. Il
dipinto è ritenuto tradizionalmente un autoritratto
del pittore, eseguito in un’ipotizzata coincidenza
temporale con il ricovero presso l’ospedale
romano di Santa Maria della Consolazione, che ha
dato luogo alla storica denominazione di “Bacchino
malato”; il soggetto è stato altrimenti
interpretato in chiave allegorica o metaforica,
individuandone riferimenti tanto alla rappresentazione
dei cinque sensi e della Vanitas quanto ad allegorie
cristologiche o emblematiche di tipo poetico-elegiaco.
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Caravaggio
- Ragazzo con canestro di frutta
Tra
le prime opera eseguite dal giovane Merisi, all’indomani
del suo arrivo a Roma, il dipinto appartiene allo
stesso periodo dell’Autoritratto come Bacco
ed è entrato nella collezione Borghese
attraverso le medesime vicende legate al sequestro
dei beni imposto dal pontefice Paolo V al Cavalier
d’Arpino, presso il quale Caravaggio lavorava
come specialista di “fiori e frutti”.
L’estremo
realismo con cui sono raffigurate le diverse qualità
di frutta, nei vari gradi della maturazione, fin
quasi alla marcescenza, accomuna quest’opera
alla celebre Canestra dell’Ambrosiana di
Milano, appartenuta al cardinale Federico Borromeo
ed eseguita a Roma negli stessi anni. In contrasto
con la finitezza dei dettagli del cesto e del
suo contenuto è la morbidezza dell’incarnato
del fanciullo, segno di una già matura
consapevolezza da parte dell’artista, capace
di contemperare il realismo di origine lombarda
con le qualità poetiche della pittura veneto-emiliana.
Questa differenza,
in passato all’origine di dubbi sull’autenticità
del dipinto, è anzi il segno di una sfida
intenzionale a rappresentare, con differente abilità
tecnica, i diversi aspetti della realtà.
Anche quest’opera
è stata variamente interpretata come allegoria
dell’Autunno e della Terra, evocativa del
concetto di Vanitas, nonché dell’Amore,
tanto in senso profano quanto religioso.
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Caravaggio
- Ritratto di Antonio Martelli, Cavaliere di Malta
L’individuo
ritratto veste un abito nero in cui campeggia
sul petto una grande croce bianca a otto punte,
prerogativa dei cavalieri dell’Ordine di
Malta, di cui il personaggio era evidentemente
un dignitario. Egli, ritratto di tre quarti, tiene
un rosario nella mano destra, mentre poggia la
sinistra sull’elsa della spada, alludendo
al dualismo che caratterizzava i membri dell’Ordine,
cattolici professi ma allo stesso tempo guerrieri.
La pertinenza
del dipinto al periodo maltese dell’artista
è concordemente accettata dalla critica,
mentre più dibattuta si è rivelata
la questione del riconoscimento del personaggio
rappresentato. La tradizionale identificazione
con Alof de Wignacourt, committente e protettore
del Caravaggio, dovuta alle evidenti somiglianze
con il ritratto di questi conservato al Louvre,
opera anch’essa del Merisi, è stata
messa in dubbio da una parte della critica, che
sulla base di un antico inventario di Palazzo
Pitti propone di identificare il personaggio con
il fiorentino Antonio Martelli, cavaliere dell’Ordine,
membro del Consiglio e priore di Messina. Il ritratto
dovrebbe dunque cadere tra il luglio del 1607,
data dell’arrivo del pittore a Malta, e
l’aprile del 1608, momento in cui il Martelli
lasciava l’isola. Il dipinto ben si colloca
nell’alveo delle opere maltesi e siciliane
del Caravaggio per l’esecuzione rapida e
abbreviata, il sistema di partizione della luce
e dell’ombra, l’essenzialità
della tavolozza e la predominanza dei toni bruno-rossastri.
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Francis
Bacon - Studio per ritratto di Michel Leiris
Michel Leiris fu
scrittore, poeta, critico d’arte, etnologo
appassionato d’Africa, Satrapo del Collegio
di Patafisica, surrealista insofferente al caso
e amico di Picasso, Giacometti, Bataille e Bacon.
A lui dedicò pagine limpidissime (Francis
Bacon o la verità urlante) in cui s’intersecano
analisi della materia dell’opera e impatto
emotivo sull’osservatore.
Il pittore ritrae
l’amico diverse volte senza scarnificarlo,
senza ferirlo; il volto è picassianamente
sfaccettato ma mantiene un’eleganza e una
dignità che non troviamo in altri suoi soggetti:
non trasmette malessere, non rileviamo le “tracce
di lotta” che Leiris aveva individuato come
segno comune nelle opere più violente.
Eppure è
la deformità del suo viso a renderlo riconoscibile,
ad approssimarlo alla sua verità: Bacon partiva
dal modello e con l’apporto del ricordo e
della sensazione ne rovesciava la forma, la liberava,
superando la prima percezione.
In una conversazione con David Sylvester afferma
che il ritratto più intensamente somigliante
all’intellettuale francese fosse quello con
la testa allungata e affilata. In questo dipinto
è rappresentato in una posa contratta, concentrata:
risaltano soprattutto lo sguardo fisso, altezzoso,
e la tensione creata fra le orecchie e il naso con
pochi tratti di pennello. Il colore è cupo,
adatto a un fantasma in doppiopetto, appena acceso
da ombreggiature rosse. |
Francis
Bacon - Tre studi per ritratto
Bacon
raffigura in questa tela George Deyer, un ladruncolo
nato nell’East End che divenne suo amante
nel 1963, divenendo il soggetto di numerose opere.
Anche dopo il suicidio di Deyer, Bacon realizzerà
una serie di dipinti in sua memoria.
Il soggetto è
rappresentato da tre differenti punti di vista,
su fondo verde smeraldo. Ognuna delle immagini non
si limita tuttavia a descrivere il volto dell’uomo
da una diversa angolazione, ma sembra piuttosto
offrire uno squarcio sui molteplici aspetti della
sua personalità.
Fin dagli inizi
della sua carriera Bacon fu attratto dal trittico,
considerato come un valido strumento di presentazione
di immagini in movimento. Nella sua costante ricerca
di rappresentazione della realtà, e in particolare
per l’esecuzione di ritratti di persone a
lui conosciute, Bacon chiese più volte all’amico
John Deakin di eseguire diversi scatti fotografici,
da scomporre e rielaborare nell’opera pittorica
in una nuova e personalissima sintesi della realtà.
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Francis
Bacon - Testa VI La
serie delle teste è scaturita dall’ossessione
di Bacon per la centralità semantica
della bocca, carne scoperta e pulsante,
e per l’immagine dell’urlo straziante
della bambinaia ferita della Corazzata Potëmkin.
L’artista raccontava spesso di avere
studiato tavole sulle malattie della bocca
per cercare di replicare la varietà
vellutata dei rossi, «simili alla
sottana del papa». E in questo dipinto
per la prima volta si manifesta un’altra
costante della sua produzione: il Ritratto
di Papa Innocenzo X di Velázquez,
oggetto di una dissezione lunga e drammatica
che lo portò alla creazione di un’icona
oscena e dolente potenziata dalla nevrosi
delle variazioni (più di cinquanta).
Non si
confrontò mai con l’originale
della Galleria Doria Pamphilj; lavorò
sempre basandosi su riproduzioni poiché,
come spiegò a Franck Maubert, la
fotografia mi libera dalla necessità
di essere esatto. Bacon fu talmente
libero – dall’idealizzazione,
dalla religione, dai cerimoniali e da ogni
altra dottrina – che fece il gesto
rivoluzionario di mostrare i denti del pontefice
e, attraverso essi, secoli di paludata avidità.
Il volto è orribilmente accecato:
lo sguardo obliquo e severo del modello
è qui del tutto cancellato, risucchiato
nell’urlo. La
figura austera appare compressa all’interno
di un parallelepipedo forse di ghiaccio,
a voler rappresentare probabilmente un Potere
ibernato, ringhiante seppure postumo. |
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Francis
Bacon - Studio per ritratto III (dal
calco della testa di William Blake)
Bacon
dipinge il calco della testa di William Blake
come un trofeo disperato, come un insieme di fasci
muscolari a cui sia stata sottratta l’impalcatura
ossea. Deleuze scriveva che la testa è
ciò che più si avvicina alla carne
macellata, uno dei soggetti più ricorrenti
nella produzione dell’artista: Bacon raccontava
che, da ragazzo, la visione dei quarti di bue
lo inorridiva e lo affascinava; si sorprendeva
di non essere lui, l’appeso. Ripeteva che
siamo tutti delle potenziali carcasse. E riteneva
quel trauma adolescenziale uno dei cardini della
sua ricerca sul confine fra umanità e bestialità.
Lo spunto per
la serie gli fu suggerito dal musicista Gerard
Shurmann, che aveva musicato dei versi del poeta.
Anche in questo
caso lavorò sulla base di cartoline e non
sul modello in gesso, realizzato da J.S. Deville
sul volto di Blake quando era ancora in vita.
Il risultato è molto potente nonostante
la materia pittorica lieve, a velature trasparenti
su fondo scuro. Bacon ammirava Rembrandt anche
per la sua capacità di essersi autoritratto,
alla fine dei suoi giorni, come un blocco di carne
privo delle orbite. E lo stesso processo di svuotamento
applica al suo soggetto, ottenendo il guscio spettrale
di un visionario privato degli occhi. |
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Francis
Bacon - Studio per ritratto Luglio 1971
Il personaggio
ritratto è molto probabilmente George Dyer,
compagno di Bacon dall’autunno del 1963
al 1971. È raffigurato seduto all’interno
di una sorta di gabbia. A partire dagli anni Cinquanta
Bacon comincia a racchiudere i corpi entro cornici
prospettiche. Lui stesso spiega che ciò
gli consente di concentrarsi sul soggetto, di
isolarlo e vederlo meglio. In quest’opera
la gabbia si espande fin quasi a contenere l’intera
area del dipinto. Al suo interno una seconda cornice
più piccola serve ad inquadrare la testa
e le spalle della figura. Il volto è scavato,
scomposto, disfatto.
Per Bacon ritrarre
significava cogliere la natura, l’essenza
del modello, anche a costo di deformarlo: ciò
che voglio fare è distorcere la cosa molto
al di là dell’apparenza, ma nella
distorsione stessa portarla a una registrazione
dell’apparenza. Raggiungere questo equilibrio
tra rappresentazione e astrazione era come camminare
sul bordo del precipizio. Il corpo è reso
mediante dinamiche e vorticose pennellate di diverse
tonalità di grigio, bianco e nero. Lo spazio,
rispetto alla figura, è una condizione
distinta, anche dal punto di vista esecutivo.
Si compone di due grandi campiture di colore,
regolari e nitide, all’interno delle quali
il personaggio è un impasto cromatico confuso.
Per Bacon la figura umana è la forma in
cui avviene la lotta pittorica, mentre lo spazio
è il campo neutrale in cui essa si manifesta. |
Francis
Bacon - Tre studi per un autoritratto
Ho
fatto molti autoritratti perché la gente
intorno a me muore come mosche e non mi è
rimasto nessun altro da dipingere se non me stesso.
Con queste parole Bacon spiegava in un’intervista
con David Sylvester la sua predilezione per gli
autoritratti, che costituivano nel 1975 più
di un terzo delle sue opere.
Non tutti i suoi
amici erano morti, ma con la sua affermazione
Bacon voleva forse alludere al fatto che, nel
ritrarre sé stesso, egli di fatto rifletteva
sulla morte dell’amato George Dyer, nei
confronti del quale provava un forte senso di
colpa.
Dal volto malinconico posto su fondo scuro emerge
solo il bianco della camicia; la deformazione
rivela la complessa personalità dell’artista,
evidenziata dalla sua passione per l’imperfezione,
la malattia, il mutamento, come affiora anche
nella tela raffigurante i tre studi per un ritratto
di George Deyer.
Dal fotografo
inglese John Deakin, Bacon adotta l’uso
di cabine automatiche per acquisire immagini del
suo volto sotto differenti angolazioni, non limitandosi
ad alterarlo, ma scomponendolo. Partendo dal modello
fotografico e con l’apporto del ricordo
e della sensazione, rovescia le forme, liberandole.
Ottiene così un risultato che suggerisce
non solo maggiore intensità e immediatezza,
ma tende a ricreare una nuova percezione della
realtà attraverso la reinventata prospettiva
pittorica.
My
whole life goes into my works – la
mia intera vita nelle mie opere: nessuno infatti
meglio di Bacon ha saputo esprimere dopo il dramma
della II^ guerra mondiale, la tragedia dell’individuo
all’interno di una società per alcuni
versi vincente e protesa verso un progresso portatore
di benessere, per altri versi, invece, sinonimo
di denuncia di tutti gli aspetti oscuri dell’esistenza.
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