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Bacon
e i quadri sotto vetro
Bacon voleva che i
suoi dipinti fossero sempre protetti da vetri, senza
preoccuparsi che la visione risultasse disturbata dai
riflessi né che questa scelta contrastasse col
suo desiderio di esprimere, nei quadri, una carnalità
esistenziale, ovvero una visione ravvicinata della materia
pittorica, delle stesure.
L’artista adduce
questa preferenza alla curiosità per l’effetto
che la vita, nel senso più superficialmente concreto
di casualità, imprime sul vetro scorrendovi sopra.
Il riflesso si frappone tra lo spettatore e l’opera,
è lo schermo che restituisce se stesso a chi
guarda e al contempo gli offre la presenza di tutto
ciò che lo circonda, e che circonda l’opera.
Bacon vuole che i suoi
dipinti producano la sensazione dell’essere organico,
come se un’esistenza umana li avesse attraversati
lasciandovi una traccia memore di eventi passati, al
pari di una lumaca che, passando, lascia il suo residuo
organico. La rifrazione replica visivamente questo cardine
metaforico della sua poetica perché si propone,
come la scia di una lumaca, quale scoria del reale che
percorre l’immagine.
Il riflesso è
anche un fattore che genera instabilità percettiva
della pittura, in Bacon già affetta da una sorta
di liquidità ectoplasmatica. Non sappiamo se
sia intenzionale, ma è condizione inevitabile
che il riverbero dell’ambiente immetta la realtà
circostante nell’opera come se fosse una pellicola,
intrecciando immagine e caso, sintetizzando forma della
pittura e apparenza dell’osservatore come se fossero
intessuti in un nuovo, diverso organismo iconico.
In questa occasione
a proiettarsi sui quadri, ad entrare nelle loro dimensioni
come filtro riflettente, è la Galleria Borghese,
i suoi spazi, le sue circostanze.
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Caravaggio
- Giuditta che taglia la testa a Oloferne
Come
ricorda il Baglione, il dipinto venne realizzato
dal Caravaggio per Ottavio Costa, banchiere di
Albenga. Ritenuta perduta dalla critica, la tela
è stata rinvenuta nel 1951 presso l’ultimo
proprietario, Vincenzo Coppi, da Pico Cellini
che, in seguito al restauro effettuato, la attribuiva
al Caravaggio, dandone segnalazione a Roberto
Longhi. L’opera, da subito considerata uno
dei sommi capolavori del Merisi, è stata
quindi acquistata dallo Stato italiano nel 1971.
Il dipinto rappresenta
l’atto con cui l’ebrea Giuditta decapitò
il condottiero assiro Oloferne, salvando il suo
popolo dall’invasione straniera. Caravaggio
traduce la drammaticità del soggetto in
un racconto estremamente violento, colto nella
sua istantaneità: l’imponente Oloferne
urla ferocemente e si contrae nello spasmo finale,
mentre la bella Giuditta appare unicamente concentrata
nel compimento di quel gesto atroce. La rappresentazione,
perfettamente aderente al racconto veterotestamentario,
sottintende un intrinseco contenuto morale: Dio,
attraverso l’intermediazione di Giuditta,
viene in soccorso ai deboli (la vecchia serva),
contro il male (Oloferne). La luce che scende
dall’alto è invece simbolo della
Grazia celeste che soccorre gli umili, prediletti
da Dio. L’opera è databile intorno
al 1599, in un momento di poco precedente le tele
della cappella Contarelli, collocandosi tra le
ultime opere giovanili e i nuovi sviluppi naturalistici,
come dimostrano i rapporti cromatici e la modulazione
delle ombre. |
Caravaggio
- Madonna dei Palafrenieri
Ordinata
per un altare minore di San Pietro e in seguito
destinata alla chiesa vaticana di Sant’Anna
dei Palafrenieri, la pala si rispecchia, in questa
eccezionale occasione espositiva, nella corrispondente
Madonna dei Pellegrini. Le due grandi tele si chiamano
reciprocamente attraverso la conturbante fisicità
delle figure della Vergine, così altamente
classica e raffaellesca, attraverso la tornitura
dei volumi e il turgore delle carni, che attingono
al repertorio antico e al contempo restituiscono
l’immanenza vera dei corpi nello spazio. E’
ancora il toccante realismo delle forme a generare
il rifiuto dei contemporanei per quest’opera,
che non fu mai ubicata in San Pietro perché
aveva immolato l’arte sull’altare della
natura. |
Caravaggio
- Madonna di Loreto
La pala
d’altare, ancora oggi conservata presso la
cappella per la quale fu concepita, segna la stagione
di più eloquente e vivido classicismo dell’arte
di Caravaggio. Esibita per la prima volta al cospetto
della Madonna dei Palafrenieri, sua gemella nella
misura raffaellesca della statuaria della Vergine
e nell’uso di un ductus pittorico virtuoso,
ci guida verso un’iconografia rivoluzionaria,
che sottolinea l’umile condizione dei viandanti
e la loro limpida umanità nella “sozzura”
dei piedi scalzi. E’ per questo accentuato
realismo che l’opera venne ritenuta indecorosa
e ricevette il rifiuto dalla contemporanei.
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Caravaggio
- Negazione di Pietro
Il dipinto
proviene dalla collezione della famiglia romana
dei Savelli. Fu Roberto Longhi, che in un primo
momento ne aveva proposto l’attribuzione
a Bartolomeo Manfredi, ad avanzare per l’opera
il nome del Caravaggio, in seguito al restauro
esemplarmente condotto da Pico Cellini (1959-1964).
La maggior parte
della critica ritiene l’opera una tra le
ultime prove di Caravaggio, risalente al secondo
periodo napoletano dell’artista. Essa è
infatti stilisticamente affine al Martirio di
sant’Orsola, come suggerirebbero alcune
soluzioni formali, quali la violenta illuminazione
laterale dell’episodio, la concertazione
delle figure e la loro gestualità. La concisione
della stesura pittorica e dell’elemento
narrativo, l’esecuzione rapida e sintetica,
talvolta abbreviata, la predominanza di tonalità
scure che il dipinto mostra in comune con le opere
dell’ultimo periodo si uniscono inoltre
ad una medesima concatenazione psicologica delle
figure.
Caravaggio rappresenta
fedelmente il momento in cui Pietro rinnegò
Gesù, sintetizzandolo in un dialogo fra
tre personaggi: una serva ed un soldato, illuminati
dalle scintille di un camino retrostante, additano
con fare accusatorio il santo, il cui atto di
portare le mani al petto è al tempo stesso
segno dell’avvenuta negazione e cenno di
compunzione e pentimento (resi con un’espressività
di rara penetrazione psicologica), così
come per sant’Orsola quel gesto è
indice di umile accettazione del martirio.
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Caravaggio
- San Gerolamo scrivente L’anziano
santo, uno dei padri dottori della Chiesa d’occidente,
è qui doppiamente raffigurato nelle vesti
di penitente ed erudito, intento nella scrittura
della “Vulgata”, la grande opera di
traduzione del Vecchio e Nuovo Testamento dall’ebraico
al greco e al latino, riconosciuta come testo ufficiale
della Chiesa da Sisto V (1585-90).
Una fonte luminosa
fa emergere con violenza dal fondo neutro la figura
di San Girolamo scarno, con la penna d’oca
stretta nella mano destra, la punta annerita dall’inchiostro,
mentre con la sinistra tiene realisticamente il
segno. Il tavolo è ingombro di volumi, su
uno dei quali poggia il teschio, consueto attributo
iconografico del santo, memento mori e
simbolo di meditazione sulla Passione di Cristo.
Il manto rosso acceso ricorda l’abito cardinalizio,
carica che non gli fu in realtà mai conferita.
E’ in base a questo dettaglio che nelle Vite
del Bellori (1672) si afferma che l’opera
venne eseguita per Scipione Borghese, nominato cardinale
il 16 maggio 1605. L’opera non risulta tuttavia
documentata presso la collezione prima del 1650. La
figura di Girolamo, vissuto tra IV e il V secolo,
diviene cruciale all’epoca della Controriforma,
sia come esempio di vita attiva e contemplativa
sia come sintesi di contenuti antiereticali rispetto
all’interpretazione delle Scritture. L’inflessibile
rigore morale intrinseco alla sua iconografia ne
fanno, inoltre, uno dei soggetti prediletti dagli
ambienti religiosi legati alla congregazione dell’Oratorio
(per la cui chiesa romana di Santa Maria in Vallicella
il pittore eseguì La deposizione di Cristo
nel sepolcro) e al rigorismo lombardo dei Borromeo,
entrambi frequentati da Caravaggio. |
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Caravaggio
- Martirio di sant’Orsola
Realizzato
da Caravaggio a Napoli due mesi prima della morte,
il dipinto mostra la principessa bretone Orsola,
che predilige il martirio all’unione col
re degli Unni, nell’attimo in cui viene
trafitta dalla freccia. La forte vicinanza di
vittima e carnefice sul proscenio, la tavolozza
molto ridotta e un impianto compositivo essenziale
si sommano allo sguardo disperato e commosso che
il cosiddetto protettore posa sul tiranno; elementi
complici nel rivelare il momento estremo dell’arte
caravaggesca, così carico di espressività
dolorosa e di commozione per un’umanità
senza speranza di salvezza. |
Caravaggio
- David con la testa di Golia
Suprema
sintesi di contenuti morali e autobiografici, l’opera
è tutta nello sguardo intenso e pesante del
David, pieno di sfinita pietà, di desolata
commiserazione per il Golia colpevole, simbolo di
un’umanità che non può conoscere
redenzione.
Nel volto del gigante
decapitato si distingue concordemente un autoritratto
di Caravaggio, nel 1610 al crepuscolo della vita,
che nell’iscrizione leggibile sulla spada,
H.AS O S, contrazione del motto agostiniano “HumilitAS
Occidit Superbiam”, consegna alla discrezione
di chi guarda il suo estremo testamento di uomo
e pittore. |
Francis
Bacon - Ritratto di Isabel Rawsthorne
Bacon raffigura
in questa tela una famosa modella inglese, Isabel
Rawsthorne, nota per la sua fama di seduttrice,
ritratta anche dal fotografo Derain e dal pittore
Picasso.
Attratto da questa
donna, unica che probabilmente riuscì a colpirlo
per l’estrema mobilità dei suoi lineamenti,
che mutavano repentinamente da una gioia incontenibile
ad un’ira furibonda e ne fu attratto anche
sessualmente nonostante la sua conclamata omosessualità.
Nel dipinto emerge il volto, quasi di profilo, con
parte dei capelli al vento su uno sfondo scuro,
compatto ed omogeneo. Rispecchia
la mobilità del volto anche il tessuto dell’abito
reso con rapide pennellate color tortora. I
lineamenti e le fattezze sono in parte femminili
e in parte maschili, aspri, troppo duri per appartenere
ad una donna: Bacon in qualche modo si identificava
in Isabel e la considerava una versione femminile
di se stesso, per la sua energia, la sua sfrontatezza
ed il suo appetito per la vita. Motivo questo che
spinse il pittore a ritrarla diverse volte, in differenti
atteggiamenti realizzando alcuni dei suoi ritratti
più grandiosi. |
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Francis
Bacon - Studio da un ritratto di Papa Innocenzo
X
Francis Bacon
eseguì, fra il 1949 e il 1971, più
di cinquanta variazioni sul tema papale, in aggiunta
alle numerose tele che distrusse. All’inizio
della sua carriera, in cerca di temi da esplorare
e sovvertire, attinse al repertorio cristiano
impossessandosi di soggetti dalla forte pregnanza
drammatica, come la Crocefissione, o di alto valore
simbolico, come il pontefice in trono. Lo studio
della figura papale muove da una serie di Teste
(la Testa VI è esposta in questa
mostra, sala XIV) che progressivamente si condensano
attorno alla postura, alla mantella cremisi, al
seggio inequivocabile del Ritratto di papa Innocenzo
X di Diego Velázquez, opera del 1650 conservata
a Roma, presso la Galleria Doria Pamphilj e che
Bacon riteneva il miglior ritratto mai eseguito.
Sviluppò un’autentica ossessione
per questo dipinto, che tuttavia non volle mai
vedere, restio al punto tale da giungere nei pressi
del palazzo Doria Pamphilj, durante un viaggio
a Roma nel 1952, ed evitare di visitarlo. Ne possedeva
tuttavia numerose fotografie, appese alle pareti
del suo studio londinese, perché non si
confrontava con il precedente pittorico di Velázquez,
non ne coltivava il mito, ma cercava un’immagine,
semplicemente un’immagine. Inoltre il filtro
della riproduzione, quindi di una visione indiretta,
gli garantiva la massima libertà di reinventare
e sconvolgere l’originale.
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Francis
Bacon - Tre studi di Lucian Freud
In questo
trittico è ritratto in tre differenti pose
Lucian Freud, che Bacon conobbe durante la II^ Guerra
Mondiale e con il quale strinse un’amicizia
lunga e duratura. Una
volta raggiunta la piena maturità stilistica,
Bacon mise in luce l’esasperata attenzione
per il soggetto, come se perseguisse un unico obiettivo:
quello di penetrare le parti nascoste e misteriose
dell’animo umano, ponendo la figura come fosse
in una scena di teatro, dove l’arredamento
è ridotto e molto stilizzato. La pennellata
è densa, corposa e a differenza delle altre
tele nelle quali affiorano pareti scure, compatte
ed opache, è su uno sfondo giallo brillante
che Lucian Freud prende vigore ed espressione.
La tela fa da palcoscenico
per il suo unico attore e chi partecipa alla rappresentazione
percepisce uno spostamento non casuale di prospettiva.
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